di Guido Bagni
Siamo nel Parco Gavoglio, con il naso per aria e la testa piena di pensieri. Guardiamo i massi giganteschi e la frana che ha travolto un’area del parco, fortunatamente chiusa. Poi giriamo la testa e vediamo, con una consapevolezza diversa, gli edifici altissimi che tappezzano le colline della valle del Lagaccio e la domanda che ci facciamo è: “ma perché diavolo sono stati costruiti condomini così alti e così attaccati gli uni agli altri?”. Le risposte che si leggono dai commentatori di pancia sui social sono letture semplicistiche, che attribuiscono tutto a speculazioni edilizie o a responsabilità politiche più o meno datate.
Ma la realtà è più complessa di così. È lo stesso clima che Calvino descriveva nel 1957 nel racconto La speculazione edilizia, ambientato proprio nella Liguria del boom, dove la corsa a costruire diventa la metafora di un’Italia convinta che il futuro fosse fatto di cemento e crescita infinita. Era una stagione che Calvino descriveva come “un’epoca di bassa marea morale”, e che oggi ci aiuta a capire il contesto in cui nacquero molte scelte urbanistiche di quegli anni.
Per comprenderla davvero, vale la pena tornare all’idea di città, alle decisioni di pianificazione urbana e ai processi che hanno modellato il nostro territorio, e che oggi mostrano tutti i loro limiti. Mi tornano alla mente le lezioni di urbanistica di quel grande professore che fu Bruno Gabrielli e penso che potrebbe essere utile condividerne un pezzetto.
Cos’è un Piano Regolatore Generale
Nel 1942, con la legge urbanistica nazionale, il Piano Regolatore Generale venne definito come lo strumento obbligatorio attraverso cui i Comuni dovevano disciplinare l’uso del territorio. Quello che allora era un impianto centrato sul PRG si è progressivamente evoluto in un sistema più articolato di strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale. Il PRG era commissionato dalle amministrazioni locali ma approvato dall’autorità statale e diceva come, cosa e quanto si poteva costruire nel territorio. Prevedeva la divisione della città in zone (residenziale, industriale, servizi, verde…) assegnando a ciascuna un indice di fabbricabilità uniforme. Senza entrare troppo nello specifico delle numerose variabili di questo indice, possiamo semplificare all’estremo e spiegarlo così: si tratta di un numero che indica il volume massimo edificabile per ogni metro quadrato di superficie.
Facciamo un esempio che ci verrà utile più tardi. Se consideriamo un indice di fabbricabilità territoriale pari a 3, su un’area pianeggiante di 2000 m2, di cui 1800 edificabili, otteniamo un volume complessivo che può tradursi, ad esempio, in un edificio di 3 piani che occuperà meno della metà della superficie del lotto, con spazio per vie d’accesso, aree comuni, verde, eccetera.
Avendo più chiaro questo punto fondamentale, andiamo ad analizzare il primo Piano Regolatore di Genova.
Il 1959
Genova uscì gravemente danneggiata dalla Seconda Guerra Mondiale e, nel processo di ricostruzione avviato già nel 1945, nel 1954 fu inserita tra le città obbligate per legge ad adottare un PRG. Questo venne commissionato dalla giunta Pertusio nel 1957 e portato a Roma per l’approvazione nel 1959.
In quegli anni, nel pieno boom economico, la visione per il futuro di Genova era molto ambiziosa: tra industria pesante e porto, inserita insieme a Torino e Milano in quello che veniva chiamato “triangolo industriale”,i tecnici che elaborarono il PRG avevano previsto uno sviluppo costante anche in termini demografici, prevedendo una crescita fino a oltre un milione di abitanti, contro i seicentomila dell’epoca. Era un’analisi coerente con il clima culturale di quegli anni: l’industria e il porto, effettivamente, crescevano. Così come la popolazione, grazie anche a una forte immigrazione dalle regioni del sud Italia.
Ma dove si mettono tutti questi nuovi genovesi in una città che ha case per poco più della metà? I tecnici presero le planimetrie del territorio e, facendo i conti, assegnarono per il tessuto residenziale indici di fabbricabilità territoriale (IFT) ovunque ci fosse spazio, sacrificando servizi e verde che, di fatto, erano insufficienti anche per la popolazione già esistente.
Il primo problema è che i conti erano sbagliati: sommando tutti gli indici assegnati, se si fosse costruito su ogni lotto consentito, Genova avrebbe avuto case per oltre due milioni di cittadini!
Il secondo problema, che sottovalutarono, è il fatto che l’IFT funziona benissimo per territori pianeggianti, ma molto meno per quelli collinari.
Torniamo all’esempio di prima: se ho la stessa situazione – area di 2000 m2 e IFT pari a 3 – ma ho una superficie edificabile di 600 m2 perché il resto del lotto è una scarpata ripidissima, l’edificio che posso costruire sarà di 12 piani invece di 3 e, attorno, non avrò spazi vivibili ma muri di contenimento, vie d’accesso anguste e pochissimi parcheggi.
Aggiungiamo il fatto che, sempre per la visione di città dell’epoca, i tecnici si muovevano dentro un clima segnato dall’espansione dell’industria automobilistica e dal successo delle prime utilitarie, che spingevano a immaginare una città costruita attorno al trasporto privato. Il PRG venne quindi pensato soprattutto per quest’ultimo, penalizzando i nuovi insediamenti abitativi che in molti casi diventavano fisicamente irraggiungibili dai mezzi pubblici.
Vi viene in mente qualche quartiere in particolare?
I problemi
Con l’approvazione ministeriale del Piano Regolatore Generale, durante il secondo governo Segni nel 1959, Genova si trovò con un quadro normativo che rendeva edificabili molte aree collinari fino ad allora inutilizzate o adibite a piccola agricoltura. I lotti avevano costi contenuti e, in un contesto di forte domanda abitativa, iniziarono a sorgere edifici alti costruiti su porzioni di terreno spesso limitate e sostenute da muri di contenimento in cemento armato. Lo sviluppo avvenne in modo disomogeneo, a macchia di leopardo: il piano applicava criteri uniformi a un territorio estremamente vasto e complesso, e questo rendeva difficile prevedere in quali aree le nuove costruzioni sarebbero risultate effettivamente realizzabili.
Molte infrastrutture previste (fortunatamente) non videro la luce. Altre, una volta costruite, si rivelarono poco adatte alla morfologia genovese. Lo schema di sviluppo immaginato all’epoca non era ancora nato ed era già vecchio, mostrando velocemente tutti i suoi limiti: in Europa si stavano affermando modelli urbani più attenti alla qualità della vita, mentre le previsioni di crescita demografica e industriale non si realizzavano ai ritmi attesi e, nel decennio successivo, avrebbero iniziato addirittura a invertire la tendenza.
Quando l’amministrazione si rese conto che il piano non stava funzionando e che molte delle sue previsioni erano semplicemente inattuabili, cercò di correre ai ripari. Vennero chiamati a Genova gli architetti Giuseppe Samonà e Giovanni Astengo, insieme ai loro collaboratori più fidati: una squadra che rappresentava, di fatto, il meglio dell’urbanistica italiana dell’epoca. Alla Commissione Astengo venne affidato il compito di rimettere mano al Piano Regolatore. Il loro lavoro produsse analisi e indicazioni preziose, che influenzarono profondamente la pianificazione successiva. Ma, nell’immediato, la portata degli interventi necessari, i costi elevati e l’instabilità politica di quegli anni, resero impossibile una revisione completa. Così, tra difficoltà economiche e cambi di priorità, la Commissione venne sciolta.
La situazione attuale
Ora che abbiamo ricostruito con maggiore chiarezza le origini e le responsabilità delle criticità che hanno segnato il nostro territorio, possiamo provare a trarre alcune conclusioni.
Nel corso degli anni Genova è stata ampiamente edificata, nel rispetto delle previsioni del piano regolatore allora vigente. Il problema è che era un piano fatto male. Non si tratta di ipotetiche trame speculative, quindi, ma di scelte urbanistiche formalmente legittime, che hanno consentito a molti privati di costruire su aree considerate edificabili, anche se con ripercussioni enormi sul territorio e sulla qualità della vita.
Una parte di queste costruzioni insiste su versanti ripidi, che richiedono opere di sostegno e una manutenzione costante. Nel tempo, l’azione delle piogge ha inciso su terreni già delicati. I muri di contenimento che garantiscono la stabilità di molti edifici sono spesso di proprietà privata o condominiale.
Il caso del palazzo evacuato in questi giorni è emblematico. Il cedimento di un muro di contenimento ha reso necessario lo sgombero per garantire la sicurezza delle persone.
Parliamo di una struttura condominiale: come spesso accade in questi contesti, le decisioni richiedono tempo, accordi tra molti soggetti e risorse che non sempre sono subito disponibili e, a volte, non riescono a coincidere con l’urgenza delle situazioni. È una situazione complessa, che oggi si intreccia con la preoccupazione di chi ha dovuto lasciare la propria casa.
Questo episodio mette in luce un aspetto più generale: una parte importante del nostro patrimonio edilizio si trova su terreni che hanno bisogno di manutenzione costante e di opere di sostegno che devono essere curate nel tempo. Quando questi interventi non riescono a essere programmati o realizzati con continuità — per motivi economici, organizzativi o semplicemente per la difficoltà di decidere insieme — il rischio non riguarda solo un singolo edificio, ma può coinvolgere l’equilibrio di un’intera area.
È proprio in questo punto di contatto tra proprietà privata e interesse collettivo che emerge una sfida delicata. Il territorio funziona come un sistema unico, anche quando le responsabilità sono distribuite tra molti soggetti. Riconoscere questa realtà significa guardare al problema nella sua dimensione più ampia: quella della prevenzione, della cura e della manutenzione continua.
In fondo, la sicurezza di un territorio non dipende solo dalle scelte pubbliche o dai piani urbanistici del passato, ma anche dalla capacità quotidiana — individuale e collettiva — di prendersi cura di ciò che già esiste. È su questo terreno, silenzioso e poco visibile, che si costruisce o si indebolisce la solidità di una comunità.
Si ringraziano gli architetti Claudio Colla e Alessandro Ravera per aver vigilato sulla correttezza delle informazioni tecniche qui riportate
