Imparare a prendere appunti visivi nell’era dell’overload digitale
di Lucia Tringali
“Pensare con le mani” è il titolo dell’attività sulla facilitazione grafica e gli strumenti visivi che abbiamo ideato per il mondo dell’Erasmus Educazione degli adulti e che proponiamo a Casa Gavoglio ai gruppi internazionali che vengono a Genova.
Cosa significa pensare con le mani?
Vuol dire che quando siamo davanti a uno schermo e fruiamo passivamente di un contenuto, il nostro cervello non è al massimo delle sue potenzialità. Ma quando spegniamo il telefono, chiudiamo lo schermo e ci mettiamo intorno a un tavolo con carta, penna, materiali, da soli o con altre persone a fare qualcosa di attivo, sblocchiamo un’altra modalità di pensiero. Rendiamo le idee vive e visibili.
Pensare con le mani significa prima di tutto togliersi dalla testa l’idea di non saper disegnare.
Una convinzione che troviamo nella maggior parte delle persone adulte che conosciamo. La prima domanda da cui partiamo nel corso è sempre: “Sai disegnare? Sì o no?”, chiedendo poi di argomentare la risposta. Perché sai (o non sai) disegnare? Rispondono di sì pochissime persone — di solito chi ha fatto corsi accademici di arte, chi ha studiato architettura o chi è stato incoraggiato da qualcuno. La maggior parte degli adulti è convinta di non essere capace. Il perché è davvero semplice: perché hanno smesso.
Ai bambini della scuola dell’infanzia diamo sempre in mano i colori; il modo classico per far stare buono un bambino che si annoia è dirgli “prendi un foglio e disegna”. Poi però, verso i 7, 8 o 9 anni, succede qualcosa. Il disegno spontaneo non basta più, i bambini iniziano a vedere una distanza tra quello che osservano e quello che riescono a riprodurre, e spesso abbandonano la matita perché non riescono a copiare la realtà. “Non ci riesco, non sono abbastanza bravo”. Pensateci, se lì, in quel momento, non c’è una zia coi pennarelli (come mi chiama mio nipote di 9 anni) che risponde: “Non dire sciocchezze! Non è questione di bravura, lo facciamo insieme!”, inevitabilmente quel bambino smetterà di disegnare. Convinto di non avere talento.
In questi casi faccio spesso l’esempio dello sport: è come se buttassimo i bambini in piscina e, una volta imparato a galleggiare e a fare le bolle, dicessimo loro: “Bene, adesso fai le vasche a delfino o la gara di velocità”. Come se nel disegno la tecnica non esistesse.
E poi c’è il mito del talento. Tanti dicono “io non sono un artista”, dimenticando che l’arte è soprattutto tecnica, sudore, fatica e impegno. Nel nostro corso la prima cosa che facciamo è prendere una matita e fare uno scarabocchio a occhi chiusi, per poi passarlo al vicino e vedere cosa ci trova dentro. Tutti possono farlo. Da lì, una volta rimessa la matita sul foglio, l’importante è continuare in un modo che ti dia subito la sensazione di poterlo fare.
Partiamo dalle forme base della facilitazione grafica — tondi, quadrati, linee e punti — e iniziamo a usarle per disegnare delle icone. Se lasciamo andare le mani prima del pensiero, la testa si sblocca e mette a tacere quel “critico interiore”, quella personcina fastidiosa appollaiata sulla spalla di noi adulti che continua a ripeterci: “Smettila, tu non sai disegnare”
A noi piace prendere in prestito una frase di Gianni Rodari nella Grammatica della Fantasia: “Tutti gli usi della parola a tutti. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”. Noi la adattiamo dicendo: Tutti gli usi del disegno a tutti. Togliere a qualcuno la possibilità di disegnare significa privarlo di un pezzo di creatività, ma anche di un pezzo di ragionamento. Perché con il disegno si ragiona, si pensa meglio, si legge la realtà.
In aula usiamo anche mattoncini da costruzione e materiali di recupero per chiedere alle persone di rispondere a una domanda, usando le mani, lavorando in silenzio. È un approccio profondamente inclusivo: chi fa fatica con le parole, chi è timido o non è abituato ai gruppi, può far muovere le mani in modo rilassato. E quelle mani portano a galla significati e racconti molto più profondi di quelli che si ottengono con un semplice giro di tavolo a voce.
La facilitazione grafica è nata nel mondo aziendale per portare il pensiero laterale nei modelli di business. A noi piace portarla nel mondo dell’educazione degli adulti. Pensare con le mani serve agli operatori e agli educatori per guardare il mondo con occhi diversi, cercando il dettaglio, la bellezza e la meraviglia fuori dalla routine.
Prendere appunti per sé unendo parole, icone e colori. Non è solo un gesto artistico: può esserlo, se si prende l’abitudine di girare per la città con un taccuino e una penna, disegnando quello che si vede e prendendo appunti su sensazioni, odori, incontri. Diventa sintesi visiva quando la si usa intenzionalmente per fare sintesi di un tema.
Fate una prova: guardate 2 o 3 brevi video che mostrano una ricetta, un’attività creativa.
Dopo qualche ora, vi ricordate cosa avete guardato? Oggi siamo immersi in un flusso costante di digitale, video e reel da cui è difficilissimo memorizzare qualcosa. Prendersi il tempo di guardare un video e poi, invece di passare a quello successivo, prendere un quaderno e buttare giù qualche appunto visivo è un ottimo esercizio per il nostro cervello. Ci aiuta a studiare meglio e contrasta la dipendenza dagli schermi, impegnando le mani e non solo il pollice che scorre sul vetro. È un’ottima strategia contro il doomscrolling, e un modo intelligente per usare gli strumenti digitali con consapevolezza. Meno, e con una matita in mano.
Facilitazione grafica significa anche accogliere un gruppo e accompagnare il processo di apprendimento con tutta una serie di azioni di cura che comunicano: mi interessa (I Care). Dal poster di benvenuto all’agenda disegnata, passando per un’azione semplicissima (e quasi banale): ogni task per il gruppo non è spiegato solo a voce ma scritto. Con un lettering chiaro, visibile a tutti.
Un approccio visivo è fondamentale anche nel lavoro con adulti che hanno fragilità o che non padroneggiano la lingua: avere un compito scritto e disegnato su un foglio, invece che detto solo a voce, non è “un altro modo di fare le cose”. È un altro modo di pensare a quel gruppo, di fare apprendimento, di facilitare i processi.
Oggi l’intelligenza artificiale costruisce infografiche in pochi secondi a partire da un testo, da un audio o da un video. La domanda è legittima: a cosa serve un facilitatore grafico se una macchina può fare la stessa cosa?
La persona che ascolta con il pennarello in mano durante una riunione, che ti guarda negli occhi e fissa su un foglio bianco quello che il gruppo sta dicendo, non sta compiendo un’azione meccanica.
È un gesto di cura profondo. Significa: “Ti sto ascoltando, sono interessato a quello che dici, ti vedo e tutti possono vedere il tuo contributo”.
Il gruppo che discute di un’idea indicando delle immagini su un tavolo. La persona che grazie a una foto ti racconta come sta. Anche quando le parole non ci sono. Nessuna macchina potrà mai sostituire questo. Accogliere un gruppo con un poster con scritto “benvenuto” o con l’agenda visiva della giornata significa dire “mi prendo cura di te, ho dedicato del tempo a fare questo per voi”.
La gioia di chi, il primo giorno, aveva risposto “no” alla domanda “Sai disegnare?” e che, per una settimana intera, ha provato, scarabocchiato, sbagliato e si è divertito a sperimentare; e che, l’ultimo giorno, ci dice: “Ho un nuovo linguaggio, un nuovo modo di pensare”, è una delle cose che dà senso al nostro lavoro.
Chi vuole provare?
