USARE LO SPAZIO PUBBLICO O PRENDERSENE CURA?
Bisognerebbe compiere ogni azione, anche e soprattutto le più comuni, aprire una porta, scrivere una lettera, tendere la mano, con la maggior cura possibile e con estrema attenzione, come se da questi gesti dipendessero i destini del mondo e il corso delle stelle.
(Charle Julliet)
Alessandra, una delle volontarie della casa di quartiere, abita al Lagaccio.
Di tanto in tanto usa la casa di quartiere per suonare il flauto prima dei concerti.
È un posto tranquillo dove non rischia di disturbare i suoi vicini di casa.
Prima o dopo le prove la sua frase di rito è sempre: “Già che sono qui, posso fare qualcosa?”
Con Alessandra abbiamo una passione in comune: il giardino come dimensione meditativa.
Dateci un paio di guanti e delle cesoie, al mattino presto quando è ancora fresco, e ci vedrete sistemare, tagliare, rinvasare, chiacchierando con i merli del giardino.
L’uso che Alessandra fa della casa di quartiere è un delicato prendersi cura.
Tra lavoro e impegni familiari non ha tanto tempo, ma quei 10/15 minuti li mette volentieri a disposizione di uno spazio che sente suo.
L’approccio di Alessandra è raro, ma è l’impostazione che stiamo cercando di sollecitare in tutte le persone che si avvicinano alla casa di quartiere.
CHI USA LO SPAZIO FA LA SUA PARTE
A tutte le persone che utilizzano lo spazio per proporre attività chiediamo di fare la stessa cosa.
Al termine di ogni corso, lezione, iniziativa, tutti sanno che c’è da porsi la domanda: sto lasciando lo spazio pulito e in ordine per chi verrà dopo di me?
Questa azione risolve un problema pratico: non esiste nel nostro budget una soluzione per pagare una o più persone che possano sistemare e pulire tra un’attività e l’altra e di sera, a fine giornata.
Anche se esistesse una soluzione, però, non ci piacerebbe l’idea che chi usa la casa di quartiere possa immaginare di delegare la pulizia e il riordino ad altri.
Mettere le mani nello spazio, coinvolgendo il gruppo a cui stai facendo lezione o con cui stai condividendo una passione o una riunione, è parte del lavoro di casa di quartiere e sua condizione d’uso.
Siamo convinti che usare lo spazio pubblico pensando in modo comunitario, collettivo, possa contribuire anche impercettibilmente a passare dall’impostazione individuale/individualista (io voglio, tu mi dai, io ti delego tutto), a una cultura del noi.
Funziona? Si, al 90%.
C’è ancora un po’ di lavoro da fare.
Per alcuni era scontato e naturale, per altri una consapevolezza da costruire, ma la maggior parte dei gruppi ha adottato questo approccio.
Nell’impostazione della cura abbiamo coinvolto anche le famiglie.
Lo spazio è utilizzato da tante persone che seguono i corsi, ma contiene anche un servizio prezioso nel quartiere: il bagno. Che non è pubblico (quindi potremmo negarne l’uso a chi non segue le attività) ma è necessario, e tante persone che usano solo il giardino con i bambini hanno bisogno di usarlo.
Come fare a mantenerlo pulito con un uso massiccio, che in estate ne vede l’utilizzo da parte di almeno 50/80 persone al giorno?
Durante la pandemia ci siamo inventati una soluzione che manteniamo ancora adesso: i bambini possono andare solo coi genitori, che sono invitati a pulire il bagno a ogni utilizzo e sollecitare il lavaggio accurato delle mani.
Quando non ci sono attività a calendario è possibile per un gruppo di famiglie, che conosciamo bene e di cui ci fidiamo, aprire in autonomia e far usare il bagno con queste regole: se ti serve, puoi usarlo e farlo usare agli altri. Ma devi prendertene cura come facciamo noi.
Funziona? Questo livello è molto più difficile perché le persone sono tante e sempre diverse, ma piano piano e grazie alla disponibilità di alcune famiglie che vivono lo spazio ogni pomeriggio e lo sentono loro, ce la stiamo facendo.
DIFFICILE PASSARE DA “IO” A “NOI”
Un esempio banale: chi pulisce a fine giornata, se tante persone lo hanno utilizzato?
Chi compra i materiali per il bagno, se il numero di persone che lo usa è così alto?
Da parte di tanti, invece, è sempre forte la tentazione di delegare ad altri (che puliranno, non importa chi, come e quando), come l’abitudine a lasciare per terra la spazzatura in giardino.
Esistono occasioni formative nel ciclo di istruzione o nell’impostazione della nostra società che lavorano sul senso di comunità? Purtroppo sono molto rare, e non abbastanza diffuse.
E l’uso della casa di quartiere, secondo noi, può contribuire a colmare questa lacuna.
Casa Gavoglio ha un grande giardino, che può essere messo a disposizione anche di esterni che abbiano la necessità di usarlo per evento o attività.
Qui la questione si complica: come passare questo approccio di cura e attenzione a chi non conosciamo e che ha bisogno del giardino magari solo una volta?
LO SPAZIO E IL TEMPO
Nell’esperienza di questi primi 5 anni abbiamo vissuto, qualche volta, un approccio di questo tipo:
“Mi serve lo spazio per fare un concerto/iniziativa/spettacolo/assemblea/presentazione”.
Insieme allo spazio (il giardino) la maggior parte delle persone dà per scontato che avrà anche il nostro tempo in modo gratuito e senza limiti di orario anche serale e festivo, e la possibilità di utilizzare tutte le attrezzature dell’associazione.
Perché per ogni evento non ti serve solo un giardino.
Ma sedie, tavoli, mixer, casse, microfoni, bagno.
E il piano di sicurezza, obbligatorio per ogni iniziativa all’aperto.
E quindi alla richiesta spazio si associa anche la richiesta (a volte la pretesa) di avere tutto, in modo illimitato, a seconda delle proprie esigenze, senza fare un passaggio di ascolto di come funziona.
Tra riunioni, telefonate, sopralluoghi, piano di sicurezza, allestimento e disallestimento, pulizia delle stanze e del bagno, ogni evento che ospitiamo occupa almeno 30 ore di due persone.
(Spoiler: non esiste un budget che paghi il nostro lavoro di assistenza gratuita a tutti gli eventi spot, ma anche se ci fosse, la nostra disponibilità non potrebbe essere illimitata).
La collezione di fraintendimenti sulla sovrapposizione tra “mi serve lo spazio” e “mi serve il vostro tempo gratis, per accontentare ogni mia richiesta, a ogni ora, per qualsiasi cosa” è varia e costellata di episodi singolari, a volte spiacevoli, che stiamo cercando di usare per migliorare la percezione dello spazio pubblico e di come si può usare in modo responsabile.
C’è chi vuole il palco, le sedie, i tavoli, il mixer, le casse, i microfoni.
E dà per scontato che sarai tu a impegnare due ore prima dell’allestimento e una dopo, più tutto il tempo dell’evento, per fare assistenza tecnica. Non importa se il concerto finisce alle 23 e tu devi stare lì fino all’una di notte. Per alcune persone lo spazio e il tempo sono un’unica entità, indistinguibile, che danno per scontata.
C’è chi, dopo che hai allestito tutto, inizia a parlare o suonare senza chiederti: “Vuoi per caso fare un saluto? Ti va di dire due parole sulla casa di quartiere?”
Per fortuna che siamo persone gentili e accoglienti, perché in questi casi la tentazione di staccare il mixer e andarcene è sempre molto forte, ma resistiamo.
C’è chi prima fissa la data, promuove l’evento e poi ti chiede lo spazio (e tutte le cose di cui sopra).
Quando facciamo notare che, magari, sarebbe utile verificare se non ci sono altre iniziative in giardino e se noi siamo disponibili, la risposta seccata è inevitabile: “Ma noi abbiamo già promosso l’evento! E ora come facciamo?”
C’è chi, prima di andare via, ringrazia tutti a parte noi che ospitiamo l’evento, non saluta e se ne va, immaginando tanti operosi folletti che penseranno a riordinare e pulire. Grati di avere ospitato il suo prezioso intervento.
C’è chi organizza un evento esterno nella piazza, chiede il patrocinio al Municipio, promuove l’iniziativa e si indigna terribilmente quando facciamo notare che ci sono procedure obbligatorie per legge.
Spoiler: gli eventi esterni, di ogni genere, in ogni luogo pubblico, sono regolati da norme ben precise della Prefettura e del Comune.
“Certo che usare questo spazio è praticamente impossibile! Voi complicate anche le cose più semplici con tutte queste regole!”
C’è chi vuole il tavolo di 4 metri e la lavagna alta 2, senza averli chiesti prima.
E lo scotch, la colla, le penne, il martello, la pinza, i pennarelli, le puntine, il tavolino basso e il tavolino alto. “Avete solo questi tavoli? Ma fanno schifo!” (eh già, abbiamo sentito anche questo).
Cosa fare di queste esperienze?
CHI, INVECE, SI PRENDE CURA
A volte proviamo sconforto, ma abbiamo imparato a collezionare quelle positive e dargli valore.
La nonna gentile che ogni pomeriggio, prima di andare via, mette a posto tutte le sedie (anche quelle che non ha usato).
Chi raccoglie la spazzatura che trova in giardino, perché ama stare nel pulito.
I partecipanti alle attività che, prima di iniziare, si guardano in giro per dare una mano.
Il signore che al mattino fa jogging e tira su tutta la plastica che trova in giardino.
Gli amici cari che arrivano la sera con un sacco di asfalto, perché c’è un buco nella piazza che continua a riformarsi per le manovre dei camion, e ci si inciampa. E allora si cena insieme in giardino, dopo essersi presi cura dello spazio.
La persona gentile e attenta che ci propone di festeggiare il suo compleanno all’interno della cena dei vicini, lasciando un contributo generoso e mettendo a posto lo spazio in modo talmente preciso che non sembra nemmeno che sia stato usato.
Il gruppo di educatrici che viene per far fare delle ore di volontariato a ragazzi con fragilità, con attenzione e cura. Occupando il nostro tempo, ma cercando di compensare con tante piccole azioni di cura del luogo, e con un approccio gentile e attento, in ascolto rispetto alle nostre esigenze.
Le volontarie che coordinano il doposcuola dei bambini che, già che sono qui, danno una sistemata allo spazio, o lasciano un piccolo contributo.
CHE FARE?
Partiamo da qui. Abbiamo imparato che è solo valorizzando quello che funziona che possiamo farcela. E per questo stiamo progettando un piccolo ciclo di appuntamenti che, se funziona, vogliamo mettere a sistema.
Si chiama come questo articolo: “Già che sono qui, faccio qualcosa!”
Vogliamo provare a dare appuntamento all’ora dell’aperitivo a chi vuole, per fare insieme qualcosa.
Spostare una pianta pesante.
Raccogliere le foglie per fare la pacciamatura della terra.
Dare una sistemata alla biblioteca.
Riparare la guarnizione della macchina del caffè (noi non siamo capaci, ma magari, qualcuno….?)
Riparare, di nuovo, il buco dell’asfalto (magari qualcuno ha una tecnica che noi non abbiamo).
Potare l’ulivo.
Portare ognuno un sacchetto di terra, così non serve comprarla.
Aiutarci a mettere ordine nell’officina di quartiere, regno del caos creativo.
Scrivere in tutte le lingue possibili la scritta “Benvenuto” da mettere all’entrata.
Ma, soprattutto, fare due chiacchiere sulla differenza tra “usare” e “prendersi cura”.
Perché la cura è soprattutto delle relazioni.
Nessuno viene qui a fare, e basta, questo è molto evidente.
Viene a vivere lo spazio con gli altri, perché si sente a casa.
Vi aspettiamo!
